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Iran, Venezuela e la retorica della legalità globale

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Iran, Venezuela e la retorica della legalità globale
 Immagine realizzata con ChatGpt
E’ difficile immaginare un momento più suggestivo per interrogarsi sulla forza reale del diritto internazionale. Negli ultimi giorni, infatti, due eventi dal forte impatto geopolitico hanno scosso il sistema multilaterale: la morte di Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran, in seguito a un vasto attacco militare congiunto portato avanti da Stati Uniti e Israele, e la cattura e detenzione negli Stati Uniti di Nicolás Maduro, leader deposto del Venezuela, trasportato fuori dal suo paese da forze statunitensi per rispondere a accuse penali.  La morte di Khamenei pone direttamente una domanda cruciale: può un’azione che sfocia in regicidio diventare compatibile con il diritto internazionale? Allo stesso modo, la cattura di Nicolás Maduro rappresenta un altro banco di prova per la credibilità del sistema internazionale. I sostenitori dell’intervento affermano che Maduro fosse un dittatore repressivo, responsabile di gravi violazioni dei diritti umani contro dissidenti, oppositori e minoranze. Ma la legalità di un’azione militare che porta al collasso di un governo straniero, senza mandato unanime delle Nazioni Unite o un chiaro caso di autodifesa collettiva, è ampiamente contestata da giuristi internazionali. Se l’uso della forza resta soggetto alle norme della Carta delle Nazioni Unite, nessuna clausola semplice può autorizzare unilateralmente un’operazione di questa portata.  E’ proprio qui che la retorica della legalità internazionale si scontra con la sua messa in pratica: quando stati potenti agiscono fuori da un quadro multilaterale condiviso – pur rivendicando la legittimità delle proprie azioni – si crea una disparità di trattamento tra chi può permettersi di violare norme senza conseguenze e chi, invece, viene sistematicamente richiamato alla legalità. Questo doppio standard mina la fiducia nelle istituzioni globali e aumenta la percezione che le regole servano non a vincolare tutti, ma a giustificare solo alcune violazioni selezionate. Guardando alla crisi iraniana, si può notare un paradosso inquietante: mentre gran parte della comunità internazionale condanna formalmente l’attacco e la morte di Khamenei come una violazione del diritto internazionale, per gli stessi attori che ne criticano l’uso di forza vale la pena riaffermare le stesse norme quando sono applicate a regimi meno protetti o meno allineati agli interessi di potenze occidentali. Questo solleva una questione dolorosa: l’universalità del diritto internazionale esiste nella pratica oppure è una foglia di fico morale dietro cui nascondere realpolitik e interessi di potere? In un sistema veramente coerente, norme come la proibizione dell’uso della forza, il rispetto della sovranità e i diritti umani non dovrebbero essere piegati a seconda della posizione geopolitica degli stati. Difendere il diritto internazionale non significa trasformarlo in un alibi retorico: significa applicarlo in modo coerente, senza gerarchie morali tra stati amici e nemici. Se no, la “sacralità” del diritto internazionale rischia di restare una formula vuota.
Qui sta il nodo della questione: non è scandaloso chiedersi se esistano altre strade quando il diritto internazionale viene usato come paravento. E’ scandaloso accettare che la sua invocazione possa paralizzarne l’applicazione, proteggendo allo stesso tempo chi ha il potere di infrangerlo senza conseguenze.