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Italia in cinque canzoni

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Italia in cinque canzoni
Ansa
Che Italia viene fuori dai testi che hanno dominato Sanremo 2026? Un’Italia che non si racconta più per grandi bandiere ma per micro-sintomi: l’irritazione quotidiana, la voglia di pace, il bisogno di redenzione, la tentazione della nostalgia, la paura di essere capiti. E soprattutto: un’Italia che sembra aver deciso che l’unica cosa davvero patriottica, oggi, è restare in piedi. La prima fotografia è quella di Ditonellapiaga: Che fastidio! non è solo un ritornello, è una diagnosi. Qui il paese è una sequenza di trigger: Milano, Roma, lo snobismo, il politico italiano, i call center, lo spam, gli F24, i “giornalisti perbenisti”, i tronisti “presentati come artisti”. E’ la satira dell’Italia iperconnessa e iper-stanca, dove persino “imparare a vivere con un tutorial” diventa un gesto irritante. Poi arriva Sal Da Vinci e fa una cosa quasi rivoluzionaria: rimette al centro la promessa. Per sempre sì è un inno alla stabilità, ma non quella ideologica: quella domestica. E’ pop partenopeo, certo, ma soprattutto è un bisogno collettivo: in un paese che cambia troppo e capisce poco, l’amore diventa l’ultimo contratto sociale che ancora sembra firmabile. Terza immagine: Fedez & Masini con Male necessario. Qui l’Italia non è il matrimonio, è l’hotel. E’ il fondo toccato “in una stanza”, è la lotta con l’ego, è il desiderio di non scappare più.
E’ una canzone che prende la retorica del giudizio e la ribalta: il moralismo è un rumore di fondo, la fragilità invece è il fatto politico vero. Se c’è una lezione nazionale qui dentro, è che l’Italia non sta diventando più dura: sta imparando, faticosamente, a nominare le proprie crepe senza vergognarsene. Quarta immagine: Arisa e la sua Magica favola. E’ l’Italia che si racconta per età: dieci anni, quattordici, trenta, quaranta. Il paese è una biografia che cerca pace, che vorrebbe “ritornare tra le braccia di mia madre”, che chiama il padre “per ridirgli che mi manca”. In mezzo c’è una frase che suona come un editoriale in miniatura: la passione “si confonde col dolore”. E’ un’Italia che non nega il buio, ma prova a trasformarlo in cura. E infine Sayf con Tu mi piaci tanto, che è il pezzo più esplicitamente “Italia” del lotto e proprio per questo più inquieto: alluvioni, tasse “spese in un hotel a ore”, l’avidità e il dimostrare, il bar e il lavoro, Cannavaro e il bossolo, il vino rosso e la tentazione della rimozione. E’ il paese che si auto-cita e si auto-assolve, che si prende in giro e insieme si difende, che dice “siamo tutti uguali” mentre elenca tutte le differenze. Se metti insieme queste cinque canzoni, l’Italia del 2026 appare così: nervosa ma non nichilista; romantica ma non ingenua; colpevole ma non pentita; nostalgica ma non immobile. E forse è questo il vero risultato del Festival: non dirci chi siamo, ma farci sentire come stiamo. E come stiamo, quest’anno, suona più o meno così: un po’ “che fastidio”, un po’ “per sempre sì”, e in mezzo quel male necessario che, se va bene, diventa maturità.