Anzitutto, la questione non è essere italiani ma essere italofoni. È ovvio che una prima liceo con quindici ragazzi che non parlano l’italiano impedisce di svolgere il programma, con severo danno per gli altri. Ciò varrebbe anche in un contesto di ragazzi italiani ma esclusivamente dialettofoni, ipotesi certo non peregrina anche solo qualche decennio fa, e chissà oggi. È altrettanto ovvio che una classe di minorenni figli di immigrati ma tutti in grado di parlare italiano non crea problemi di sorta, e questo anche se costituisce un melting pot di musulmani, induisti, scintoisti e rastafariani. Al ministro non può inoltre sfuggire che la composizione delle classi viene determinata su istanza del provveditorato, suddividendo il numero di iscritti per un coefficiente piuttosto elevato (alle superiori, è 27). Ciò significa che contro l’ipotesi di un tetto agli alunni stranieri non milita solo il buon senso ma anche la matematica: in una zona ad alta densità di immigrazione, infatti, è impossibile che questo criterio venga rispettato mantenendo al contempo sul 20 per cento la quota massima di alunni stranieri. Del buon senso si può anche fare a meno; della matematica, malauguratamente, no.