In una lunga intervista al
Sole 24 ore, Giorgia Meloni ha ripercorso sommariamente i punti salienti del suo programma, affrontando i nodi e le insidie che si prospettano nell'azione di governo: con un'attenzione particolare alla
gestione fiscale e alle misure in favore delle imprese. Un cronoprogramma che parte
dal Consiglio europeo di oggi e arriva fino alla data simbolo del 2026, il limite massimo entro cui i progetti del Pnrr dovranno essere realizzati.
Il primo degli ambiti in cui la premier si augura un cambiamento è il rapporto fra fisco e contribuente. Ripercorrendo le politiche fiscali degli ultimi anni – “sistemi poco efficaci e incentrati sulla riscossione, senza ottenere risultati significativi” – annuncia di star lavorando a una “legge delega” che “toccherà tutti i settori della fiscalità”. L'obiettivo è chiaro: “combattere l'evasione prima ancora che si realizzi, facendo parlare in modo preventivo l'amministrazione finanziaria con i cittadini”. Tanto per le piccole imprese quanto per le multinazionali: per entrambe si tenterà di incentivare il “confronto con l'agenzia delle Entrate”.
Per Giorgia Meloni “al momento la situazione finanziaria italiana è sotto controllo”: ma in ogni caso rimane per la premier l'esigenza di “ridurre la dipendenza dai creditori stranieri, aumentando il numero di italiani e residenti in Italia che detengono quote di debito”. In questo senso, parla di un lavoro congiunto con il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, per “mettere al sicuro il nostro debito da nuovi shock finanziari e attrarre la fiducia dei risparmiatori e degli investitori, anche nel medio periodo”.
Per le imprese resta poi prioritaria
una risposta congiunta all'Ira di Biden, il cui indirizzo protezionistico gioca a svantaggio della competitività europea. Ma Giorgia Meloni avvisa: “
Non dobbiamo creare un Inflaction Reduction Act europeo in risposta alla legge sull'inflazione americana”. “La strada maestra è il rafforzamento del dialogo transatlantico, che privilegia il coordinamento delle politiche economiche delle due aree, europea e americana”. E sugli aiuti di stato: “
L'allentamento rischia di creare un processo di concorrenza dannosa tra stati membri con diversa capacità fiscale”; dev'essere quindi garantita la “parità di condizioni”. La soluzione per la premier è l'adozione di un
Fondo sovrano, “per sostenere gli investimenti e proteggere la sovranità”: un programma ambizioso, che va sostenuto nell'immediato con una “
massima flessibilità nell'utilizzo dei fondi disponibili per il Pnrr”.
Proprio sul Pnrr sembra prospettarsi uno dei panorami più complicati per l'azione di governo. Stando ad alcune indiscrezioni, sono oltre metà i progetti che non riusciranno a essere realizzati entro il 2026, il limite massimo posto dall'Europa. Alle carenze strutturali italiane, foriere di ritardi e di intoppi burocratici, Meloni risponderà con delle cabine di regia, dove saranno rivalutate “le modalità più opportune per riprogrammare il Piano”. Ribadendo però che “potranno essere rivisti i tempi intermedi ferma restando, al momento, la data finale del 2026”.
Sulla misura introdotta dal governo Conte 1, la premier è molto netta: “Ha fallito tutti gli obiettivi per i quali era nata, non ha abolito la povertà e non ha creato posti di lavoro”. Di conseguenza, rimarca la necessità di sostituirlo con “misure concrete di contrasto alla povertà”: si concretizzerà in uno “strumento che accentuerà il concetto di inclusione attiva e che sostituirà e migliorerà le politiche attive del lavoro”.
Non è passato inosservato il lungo articolo del New York Times, il cui titolo dall'evidente tono allarmistico riassumeva la gravità del problema demografico italiano: “Italia: destinata a scomparire?”, si leggeva a caratteri cubitali. Meloni, richiamandosi esplicitamente al pezzo, sottolinea quelli che a suo parere sono i punti essenziali nel contrasto alla denatalità, “dall’aumento dell’assegno unico alla riduzione dell’Iva per i prodotti per la prima infanzia, dal rafforzamento del congedo parentale alle agevolazioni e agli interventi per aiutare i giovani under 36 a comprare una casa”. Una manovra che, complessivamente, vale un miliardo e mezzo di euro.