Tra impegni comuni e apprezzamenti reciproci la
Confindustria guidata da
Emanuele Orsini e il governo presieduto da Giorgia Meloni hanno mostrato una corrispondenza di amorosi sensi dal palco dell’Auditorium. Per entrambi era un debutto ed è stato salutato da scroscianti applausi. Insieme sono partiti lancia in resta contro il Green deal:
“Politiche ambientali autolesioniste e autoreferenziali” le ha definite il presidente degli industriali privati. E la capo del governo s’è impegnata a battersi per farle cambiare in Europa.
In realtà quel Green deal fa già parte del passato, lo scrive il rapporto Draghi, lo ha fatto capire chiaramente Ursula von der Leyen. Una revisione, anzi una brusca frenata, è ormai scontata. Il limite del 2035 per il motore endotermico slitta. Orsini vuole che sia deciso subito, forse ci vorrà un po’ di tempo. Si tratta di fissare bene i modi per non creare colpi di coda.
La porta si è dischiusa anche con la Cgil di
Maurizio Landini disponibile al confronto “sulle politiche industriali”.
Orsini ha detto che “la Confindustria è aperta al dialogo” con il governo (la prossima settimana sulla manovra di bilancio) e con i sindacati ai quali ha fatto concessioni non formali. In polemica con il
salario minimo per legge sostenuto dalla Cgil e dalla sinistra, ha difeso “il principio che il salario in tutte le sue componenti si stabilisce nei contratti, nazionali e aziendali, trattando con il sindacato” al quale ha proposto “un’azione comune per contrastare i troppi contratti siglati da soggetti di inadeguata rappresentanza”. Tutti, industriali, sindacati, governo, sembrano aver accettato che la politica di bilancio deve essere prudente, anzi severa.
Secondo Meloni una crescita dell’un per cento “è a portata di mano”, ma le risorse restano scarse e non vanno gettate al vento.
Un tal coro polifonico non è privo di dissonanze. Il divario competitivo con la Germania non si colma in poco tempo, nemmeno con il rallentamento della congiuntura tedesca la quale, anzi, può far bene alla propaganda politica, ma fa male alle imprese che esportano. Orsini ha vantato giustamente il successo dell’export che colloca l’Italia al quarto posto al mondo (era al settimo prima del 2022, non ha mancato di ricordare Meloni), ma proprio la Germania resta il mercato numero uno. “Per troppi anni ci siamo accontentati di rincorrere gli altri. E’ il momento di farci rincorrere”, ha rilanciato la capo del governo. Intanto c’è quella distanza di 23 punti da ridurre accelerando la transizione, quella digitale in primo luogo perché in troppo poche aziende lavoratori, manager e proprietari sono in grado di usare bene le nuove tecnologie.
Difendere le filiere tradizionali come ha chiesto Orsini incassando l’appoggio di Giorgia Meloni, senza accettare una selezione e una concentrazione che aumenti la taglia delle imprese, significa
restare nella “trappola delle medie tecnologie”, la malattia di cui soffre l’Europa e ancor di più l’Italia. Lo spiega il rapporto Draghi più volte ricordato oggi con riconoscimenti spesso di facciata. Sull’intelligenza artificiale è emersa una divergenza di fondo: “In Italia il dibattito sull’etica digitale rischia di diventare un grande freno, quando invece abbiamo l’esigenza di accelerare”, ha detto Orsini.
Bisogna “governarla”, mettere l’IA sotto controllo, ha replicato invece Meloni ribadendo la sua posizione, prudente fino alla diffidenza, emersa nel G7 del marzo scorso. Si fa presto a dire produttività, il diavolo s’annida sempre nei dettagli.