Meloni punta alla cassaforte dalle banche
Redazione
10/15/2025

Due anni fa il governo Meloni annunciò una tassa sugli “extra profitti” delle banche. Fece poi una sostanziale marcia indietro concedendo agli istituti di accantonare l’equivalente dell’imposta a riserva di capitale. Per molti osservatori, fu un favore al mondo del credito che ne uscì senza versare un euro in più e patrimonialmente rafforzato. In ogni caso, si creò una gigantesca riserva di capitale nel settore – pari, solo oggi si apprende, a 6,2 miliardi di euro – e il governo su questa somma ha messo gli occhi per far quadrare i conti della manovra economica 2025. Il punto è che il “prestito” versato dagli istituti nel 2024 attraverso il rinvio della riscossione dei crediti fiscali (Dta), misura che l’Abi è pronta a ripetere anche quest’anno, non è sufficiente a garantire la copertura dei programmi di spesa che in manovra sono rimasti senza fondi.
Insomma, il governo Meloni dalle banche vuole in tutto 5 miliardi e non 3 come lo scorso anno. Gli altri 2 miliardi circa avrebbe intenzione di prelevarli in due modi: tassando “una tantum” le riserve accantonate dalle singole banche nel 2023 e poi anche attraverso il prelievo sui dividendi ai soci che il via libera alla distribuzione di queste somme può generare. Le trattative tra banche e governo vanno avanti da giorni, a muso duro, a quanto si apprende, anche se l’obiettivo è arrivare a una soluzione “condivisa” e digeribile per gli investitori visto che ieri, alla notizia dell’imminente arrivo di nuove tasse, i titoli bancari hanno subito uno scossone in Borsa. Gli analisti hanno criticato apertamente l’iniziativa del governo definendo “fastidiose” e “scoraggianti” le nuove imposte. Ma c’è un altro aspetto che qualche osservatore comincia ad evidenziare: una grossa fetta dei soci delle banche italiane è rappresentata da fondi di investimento esteri che non pagano le tasse in Italia. La domanda è se chi ha fatto i calcoli sul presunto gettito che allo stato deriverebbe da tutta questa architettura ne abbia tenuto conto, oppure se c’è il rischio di una nuova marcia indietro come nel 2023.


