Ai
Mondiali del 1982, il Brasile più forte di sempre (anche se non vinse) cantava “Voa canarinho”, vola uccellino giallo e verde, prima verso la Coppa e poi magari in Europa. Da due anni il massimo campionato italiano si era aperto ai calciatori stranieri, e il subcontinente lusofono faceva la parte del leone assieme alla vicina Argentina: arrivavano fuoriclasse –prima
Paulo Roberto Falçao, poi Socrates, Leo Júnior che pure cantava, il
travagliato parto del sommo Arthur Zico e di Toninho Cerezo – ma anche veloci flop, dall’equivoco Luis Silvio Danuello al meteoropatico Eneas de Camargo. Gli italiani prendevano confidenza con il concetto di saudade, i guanti di lana in campo, i gol di Juary celebrati alla bandierina.
Anche la cultura pop del paese, già imbibita della bossa nova di Vinicius de Moraes e Toquinho, attinse a piene mani dal fenomeno – effe minuscola, raccomando – per gli incassi dei film: il pecoreccio “Paulo Roberto Cotequinho, centravanti di sfondamento” con Alvaro Vitali e Carmen Russo (sic), “L’allenatore nel pallone” ora nuovamente in auge per i ricorsi delle mode vintage. A Telemontecarlo funzionavano le simpatiche telecronache di José Altafini, e non c’era programma Rai domenicale che non ospitasse Jair Rodrigues oppure Jorge Ben Jor con la sua ritmatissima elegia di Falçao, idolo del popolo romanista, delle donne e dei rotocalchi.
Ai calciatori brasiliani venivano attribuiti dribbling a passo di samba, frivole prodezze estetiche, esultanze meraviglião: almeno fino al ridimensionamento tecnico-tattico che Sebastião Lazaroni operò attorno al 1989-90. Difesa a cinque con il libero, centrocampo di martelli, attaccanti che dovevano pensare solo al gol in verticale. Che senso avrebbe avuto, allora, importarne da Rio de Janeiro e dintorni se già in Europa questa materia prima abbondava? Altri mercati subentrarono, fino all’avvento di Ronaldo (lui sì Fenomeno con la maiuscola) e alla generazione dei Rivaldo, Ronaldinho, Ricardo Kakà, epoca peraltro segnata dalla rivoluzionaria sentenza Bosman.
Oggi, dopo oltre quarant’anni, la Serie A si è scoperta improvvisamente priva di quella fantasia che solo l’immagine e l’immaginario di un carioca o di un paulista doc può scatenare: appena venti i brasiliani tesserati nella trascorsa stagione professionistica 2023-2024, la media esatta di uno per squadra. L’Inter neocampione vanta Carlos Augusto, non un titolare inamovibile; né un portiere auriverde gioca in Italia, dopo anni di Júlio César, Júlio Sergio, Doni, Dida.
Molti degli altri 19 sono elementi dal valore non eccelso, o quasi mai impiegati: uno dei più forti, Felipe Anderson, tornerà al Palmeiras scornando la Juventus di Danilo e Gleison Bremer, i soli nel giro della Nazionale tra coloro che ancora stanno in Italia. I convocati di Dorival Júnior abitano la Premier League (dal Milan è transitato Lucas Paqueta) o la Liga spagnola: ma tanti nella Seleção stazionano ancora in Sudamerica, rari trapuntano la rosa del Paris Saint Germain o incontrano una lingua familiare tra Lisbona e Porto.
Impietoso il confronto coi campioni del mondo argentini, il cui filo doppio con l’Italia mai si è interrotto: i migliori –
Lautaro Martínez, Paulo Dybala, Nico González – stanno ancora qui, si è affacciato
Matías Soulé proprio quando saluta (con gol) il logoro Alex Sandro, rispunta Dodô a Firenze, Juan Jesus sta in altre cronache e Natan neanche quello. Arthur Melo si ricicla rigorista, Éderson punta in alto, Walace fa il semaforo e Matheus Henrique si è acceso a intermittenza, la Ciociaria ha provato ad allevare Reinier e Kaio Jorge senza troppo successo, al Genoa ha scoperto nuovi ruoli Júnior Messias. Ieri difendevano Aldair e Thiago Silva, oggi Ruan Tressoldi: com’è triste il calcio in Italia, senza più brasiliani “veri”.