Perché il tax credit può funzionare solo abbinato alla cultura del rischio

| DI Marco Gambaro

Perché il tax credit può funzionare solo abbinato alla cultura del rischio

Foto ANSA

Così anche nel cinema è emerso un tradizionale modello italiano un superbonus a maglie larghe che facilita abusi e sprechi, nessun obiettivo e pianificazione da parte del regolatore, delega alla magistratura per il controllo di truffatori e furbetti. Il tax credit è un meccanismo di finanziamento automatico che fornisce crediti fiscali sulla base di spese effettuate nella produzione o distribuzione audiovisiva introdotto da Franceschini assieme a molti paesi europei. L’Italia l’ha realizzato con un sistema di maglie spesso larghe e generose che ha portato a una sostanziale sovraproduzione. L’effetto finanziario complessivo è stato un boom di utilizzo fuori controllo che ha superato le risorse previste nei fondi del ministero. L’anno scorso il governo ha annunciato una riforma, che poi è stata una limatura, e nel frattempo si sono bloccate le erogazioni e le produzioni.
Sia questo ministero sia quelli precedenti non hanno mai dichiarato quali erano gli obiettivi che volevano raggiungere, e i sistemi per misurare, questi ingenti sussidi. In Italia si è arrivati al punto in cui tra tax credit, contributi selettivi, finanziamenti delle Film Commission regionali, qualche fondo europeo e, per i più grandi, generose coproduzioni televisive era possibile per i produttori fare film o serie quasi senza mettere un euro. In un settore dove il successo è intrecciato con la gestione del rischio, quella configurazione porta alla grande abbuffata e al declino dell’industria. Intanto escono gustose tabelle con film che hanno preso finanziamenti ingenti e realizzato pochi o pochissimi incassi. Il successo di un film o di una serie è incerto, si sa, i risultati andrebbero valutati su un portafoglio e questa valutazione dovrebbe farla il ministero non la Guardia di Finanza. E le valutazioni sono legate agli obiettivi. Se l’obiettivo fosse quello di aumentare l’export o la quota di cinema nazionale in Italia, allora dovrei stringere le maglie verso i piccoli produttori per concentrare le risorse su campioni in grado di esportare.
Se invece voglio ottenere film che piacciano a quelli del settore non devo pensare a contributi automatici e vanno costruiti sistemi di monitoraggio basati sui premi vinti ai festival, magari stranieri, visto che un cugino assessore benevolo si trova facilmente.Se voglio trovare nuovi autori finanzio solo opere prime e seconde e devo accettare tassi di insuccesso più ampi. Però se ho professionisti di lungo corso che continuano a fare film senza pubblico il senso di sussidiarli è meno chiaro, a meno che l’obiettivo sia di sostenere l’occupazione di maestranze di qualità media, ma, come a bridge, sarebbe bello dichiararlo. Tra le modifiche del tax credit che hanno alimentato polemiche e ricorsi ci sono l’obbligo di spese promozionali e una distribuzione minima. Sono due tra i tradizionali punti di debolezza del cinema italiano, assieme allo scarso lavoro sulle sceneggiature, dovuto in parte all’approccio autoriale. La soglia proposta di fare almeno 50 proiezioni ha suscitato proteste ed è considerata irraggiungibile per i piccoli produttori. Ma con 50 biglietti medi a 8 euro significa 20 mila euro di ricavo complessivo di cui metà vanno all’esercente e del rimanente due terzi al produttore. Se un produttore spera di incassare meno di 7 mila euro dalle sale perché fa un film e perché la collettività dovrebbe finanziarglielo?

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