Che vincere una tappa al Tour de France non sia un’emozione da poco, che sia pura gioia, forse, a dirla con Jerry Calà una libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi, è apparso chiaro in un pomeriggio di inizio estate lungo via Irnerio a Bologna. Kevin Vauquelin era solo al comando, non c’era nessuno alle sue spalle che lo avrebbe potuto superare, ha levato le mani dal manubrio e in quel momento, quello dell’esultanza, quello che tutti sognano, si è prodigato in goffi e sgraziati gesti di giubilo, rischiando pure di perdere il controllo della bicicletta, prima di farsi immortalare in una posa perfetta a favor di sponsor. E sì che Kevin Vauquelin in carriera aveva vinto quattro volte tra i professionisti, molte ma molte di più nelle categorie giovanili, mai però al Tour de France. Se l’è goduta parecchio.
E se l’è goduta ancor di più perché si è concesso un passaggio da uomo solo al comando al Santuario della Madonna di San Luca dopo una tappa passata a farsi inseguire da un gruppo indeciso sul da farsi, confuso sulle tattiche da adottare, guidato a un tratto da un Nils Politt con un ciuffetto tra le sfese del casco che faceva molto Pogacar.
Accanto a Kevin Vauquelin qualcuno si era perso per strada subito, qualcuno aveva mantenuto la testa della corsa anche dopo il primo passaggio al Santuario. Solo lui e Jonas Abrahamsen (per il norvegese due fughe in due tappe, ossia 328 chilometri a farsi inseguire, e una maglia a pois davvero ben indossata), avevano avuto gambe e buon senso di seguire Nelson Oliveira in quel misero tratto di pianura che era stato inserito tra un’ascesa e l’altra. Si è liberato anche di loro. E in modo antico, antimoderno: tutti aggiungevano qualche dente al pignone, lui ne ha tolti un paio. Forza contro agilità, il passato che si fa beffe, una volta tanto, della contemporaneità.
Due fughe arrivate all’arrivo in due giorni. Promette bene e d’essere un bel po’ birbante questo Tour de France.
Avrebbe voluto fare come Kevin Vauquelin pure Tadej Pogacar, avrebbe voluto anche lui incontrare la solitudine del pedalare lì dove era impossibile sentirsi solo. Perché attorno a lui, attorno a tutti i corridori c’erano talmente tante persone che sembrava impossibile potessero starcene così tanto. C’era gente sin dal mattino sull’ultima ascesa. Tantissima gente. In molti avevano dormito lì, meritava farlo. Chissà se organizzatori e questura bisticceranno sui numeri, forse in Francia certe cose non accadano.
Tadej Pogacar non è però riuscito a imitare Kevin Vauquelin. E mica per demerito suo. Jonas Vingegaard ha pensato che fosse cosa buona e giusta piazzarsi alla sua ruota e non concedergli un metro. Un simpatico avviso: oh Pogi, scordati che ti lascio andare, siamo una bella coppia, insieme pedaliamo che è un piacere vederci. Non ha tutti i torti il danese.
Nemmeno tre mesi fa, pure Remco Evenpoel
abbandonava con le ossa rotte il Giro dei Pesi Baschi. Verso il Santuario della Madonna di San Luca ha perso la ruota dei soliti due, ma le ha riprese tra discesa e pianura. Unico a riuscirci con (e supportato da) Richard Carapaz. E intanto ha indossato la maglia bianca di miglior giovane.
Tadej Pogacar con quella maglia gialla addosso l’hanno visto passare per le vie di Bologna oltre un’ora dopo tutti gli altri. Tempi burocratici tra podio, antidoping, interviste e altre sciocchezze. Pedalava in un corridoio di uomini e donne e bambini che gli urlava allez Tadej come Bologna fosse in Provenza. A un certo punto un bambino si è fatto troppo in mezzo, il padre l’ha strattonato all’indietro, Pogacar si è preso un colpo, il bambino ha pianto, Pogacar ha sorriso e gli passato la borraccia. Duecento chilometri e due volte la salita che porta a San Luca non gli hanno fatto perdere le buone maniere.