Per almeno un paio di chilometri dopo aver lasciato il Col du Lautaret e aver imboccato la strada che porta al Col du Galibier, Tadej Pogacar è sembrato mosso da un’inedita curiosità per gli altri. Si guardava attorno, si girava per vedere chi era rimasto nel primo gruppo, chi era riuscito a resistere al ritmo acceleratissimo, roba degna di un pezzo speedcore, che stavano imbastendo i suoi compagni di squadra Joao Almeida e Juan Ayuso. Lo sguardo di Tadej Pogacar passava dalle gambe di Jonas Vingegaard che gli pedalava davanti, ai volti di chi aveva alle spalle, ben pochi a dire il vero: Remco Evenepoel, Carlos Rodriguez, Mikel Landa e Primoz Roglic. Gli altri si erano tutti dispersi cammin facendo, chi prima chi dopo. Tra i primi la maglia gialla Richard Carapaz, l’ultimo Giulio Ciccone.
Si guardava attorno e si grattava il naso, quasi fosse indeciso sul da farsi. Conosceva bene chi gli stava attorno, tutta gente della quale è meglio non fidarsi, chi per un motivo chi per l’altro. Conosceva bene soprattutto chi gli stava davanti da chilometri. Da due anni ci faceva a scatti per una maglia gialla.
I chilometri passavano, la cima del Galibier era sempre più vicina, ma nulla mutava. Almeida e Ayuso si davano il cambio davanti al gruppo, pompando a meraviglia, gli altri dietro. Tadej aveva smesso di voltarsi alle spalle, ma continuava a grattarsi il naso. Per un attimo, un lungo attimo, c’era venuto il dubbio che potesse prevalere la prudenza. D’altra parte perché rischiare in discesa per guadagnare qualche decina di secondi? Il dubbio era legittimo, assolutamente condivisibile, sensatissimo. Era solo la quarta tappa, di salite dove darsi battaglia ce n'erano ancora molte.
Al cartello che segnava che mancava un chilometro al Gran premio della montagna era esplosa la certezza che sarebbe andata davvero così: tutti assieme e via, bene così per oggi.
Ci si può fidare mica di uno come Jonas Vingegaard. E così a 850 metri dalla vetta del passo Tadej Pogacar è scattato. Secco, impetuoso, fulmineo, a suo modo. Che sciocchi che siamo stati solo a pensare che potesse non accadere nulla.
Ci si può fidare mica di uno come Jonas Vingegaard, avrà pensato quando non ha percepito il vuoto alle spalle. E ci si può fidare nemmeno di uno come Remco Evenepoel, che stava provando a prendere la loro scia, anche se un po’ in ritardo.
E così salendo gli ultimi tornanti che conducono alla cima ha riaccelerato al termine di ogni curva. Uno, due, al terzo il danese ha perso un metro, al quarto almeno cinque. Il loro tango è durato quattrocento metri e spicci, poi Tadej Pogacar ha ballato da solo, Jonas Vingegaard pure, ma su di una musica un po’ meno ritmata.
In discesa quei pochi secondi di vantaggio fermati dal cronometro in cima al Col du Galibier, si sono dilatati in decine. Tadej Pogacar scendeva sicuro e veloce, Jonas Vingegaard un po’ meno, Remco Evenepoel ancor meno. Brutta bestia i ricordi. Servirebbe saper dimenticare, ma le botte prese tornano sempre in mente, rendono le dita più affezionate al freno. E frenata dopo frenata, Tadej Pogacar ha messo in saccoccia trentacinque secondi su Remco Evenepoel, Juan Ayuso e Primoz Roglic. Trentasette su Jonas Vingegaard e Carlos Rodriguez. Cinquantatré su Mikel Landa e Joao Almeida. Tutti gli altri a oltre due minuti e quarantun secondi. Anche perché Tadej Pogacar si è beato del momento solo dopo l’arrivo, prima ha preferito pedalare di ottima lena per aggiungere secondi ai secondi. Solo dopo ha sorriso, si è battuto i pugni sul petto prima di alzare le braccia al cielo e cacciare un urletto di giubilo giallo come la maglia che aveva perduto a Torino e riconquistato a Valloire.