Ieri a ora di pranzo Giorgia Meloni e Luiz Inácio Lula da Silva si sono sentiti al telefono. Sul tavolo c’era il Mercosur: l’accordo America che rischia di slittare a gennaio, o di finire nel cassetto se il rinvio diventa abitudine. Il calendario di Lula e von der Leyen era chirurgico: via libera oggi 19 dicembre in Consiglio con procedura scritta, senza voto, e firma politica domani a Foz do Iguaçu, alla triplice frontiera tra Brasile, Argentina e Paraguay.
Un negoziatore del Mercosur, al Foglio, ha commentato: “A Bruxelles ieri erano più ottimisti, ma un fallimento avrebbe un costo enorme sulla credibilità commerciale dell’Ue. E proprio ieri il Brasile ha trattato con gli Usa sui dazi come opzione di riserva”. E quindi la macchina Ue non si è fermata. Il 16 dicembre l’Europarlamento ha approvato a larga maggioranza il nuovo regolamento sulle clausole di salvaguardia. Mercoledì il trilogo è arrivato un’intesa provvisoria e il Coreper potrebbe mettere il sigillo oggi.
Lula, in conferenza stampa a Brasilia, ha raccontato il vis a vis telefonico: “Meloni non è contraria, ma imbarazzata per gli agricoltori; chiede una settimana, 10 giorni, al massimo un mese”. Palazzo Chigi ha risposto: l’Italia è pronta a sottoscrivere appena arrivano “le risposte necessarie”, che “possono essere definite in tempi brevi”.
Oggi si capirà se il “prematuro” di Meloni è un no fino a gennaio o solo una pausa per strappare l’ultima garanzia senza far saltare un negoziato lungo venticinque anni. Oppure, se la chiamata di Lula servirà a quest’ultimo a salvargli la faccia se l’accordo dovesse comunque essere firmato nel 2026. Meloni intanto è sotto pressione, e fino alla decisione del Coreper di domani, tutto è possibile.