L’originalità che ci contraddistingue

È bene chiarire fin da subito: il lavoro che intendiamo comincia col lavorare bene, per dignità e per onore. Per il rispetto che si ha di sé, della propria famiglia e degli altri. Il lavoro sarà buono se fatto bene...

Renzo Beghini
|8 anni fa
L’originalità che ci contraddistingue
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Il lavoro che vogliamo. È il tema della 48ma Settimana Sociale dei cattolici italiani che si svolge a Cagliari a partire da questo giovedì. È bene chiarire fin da subito: il lavoro che intendiamo comincia col lavorare bene, per dignità e per onore. Per il rispetto che si ha di sé, della propria famiglia e degli altri. Il lavoro sarà buono se fatto bene. È un tratto di originalità che ci contraddistingue. La lotta all’alienazione comincia anzitutto dentro di noi: la dignità del proprio lavoro — così frequentemente calpestata — si radica nel saper dare valore a ciò che si fa e a come lo si fa. È il lavoro come espressione della propria creatività, della propria identità e valore. Perché esso ha un valore simbolico e sociale, di rappresentazione e di riconoscimento. Insomma riteniamo che nel processo di trasformazione sociale conta la persona più che il posto. Il lavoro vale in quanto esprime me stesso, mi identifica e quindi mi fa riconoscere come uno che vale, come unico.È necessaria una ‘redenzione del lavoro’ ha detto Mons. Filippo Santoro ma ciò è possibile solo a partire dalle persone. Per questo di là delle indagini ci interessa il lavoro come partecipazione e vocazione, responsabilità e valore, fondamento di comunità e promozione della legalità. Certo, non siamo ingenui. Ci sono dati e cifre che fanno pensare: il 65% dei lavori che faranno i nostri nipoti non esistono ancora; sono 250mila gli italiani emigrati all’estero per lavoro, cifre paragonabili a quelle del dopo guerra; su 4 lavoratori italiani 3 sono pensionati e su 10 lavoratori 1 è immigrato; se per un verso abbiamo il 40% di disoccupazione giovanile, per l’altro lo scorso anno 258mila giovani non sono stati assunti per mancanza di sufficienti competenze.Ci sono lavori che rendono umani. E poi ci sono lavori dis-umani. Quelli che si basano su traffico di armi, pornografia, sfruttamento minorile, gioco d’azzardo, caporalato; quelli che discriminano la donna o non includono i diversamente abili, i lavori in nero, quelli sottopagati e che creano sfruttamento. Sono lavori che umiliano la nostra dignità e aumentano il conflitto sociale.Purtuttavia lo ribadiamo, il problema è culturale: dobbiamo mettere al centro la persona che lavora, cioè la capacità umana di creare qualcosa di bello, non solo il posto di lavoro ma l’attività per creare ricchezza e benessere. Uscire dalla crisi non è riducibile alla crescita del Pil, ma significa tornare a produrre valore insieme, attraverso una nuovo patto tra impresa, lavoro e politica: non dunque un reddito per tutti, ma un lavoro per tutti, perché senza lavoro per tutti non c’è dignità. Per questo servono leggi e fiscalità che riconoscano questa visione prospettica e la premino a discapito di altre.In una recente ricerca, il prof. Mauro Magatti ha mostrato che il 25% delle medie imprese italiane – quelle che hanno successo e aumentato la loro quota sui mercati internazionali – seguono una strategia basata su tre pilastri: qualità della produzione; investimento nella manodopera e in relazioni industriali costruttive; attenzione al territorio e all’ambiente.C’è però bisogno di una classe imprenditoriale capace di vedere oltre, che abbia la volontà di tornare a esercitare una leadership responsabile dentro le comunità in cui vive. C’è bisogno di lavoratori, e soprattutto di sindacati, lungimiranti che abbiano voglia di mettersi in gioco. E di una politica coraggiosa che sappia costruire una cornice istituzionale in grado di sostenere e rafforzare tutti coloro che, mettendo al centro il lavoro dell’uomo, vogliono partecipare alla costruzione del nostro futuro comune. Solo questa originalità ci potrà contraddistinguere.Renzo Beghini

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