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Si grida al capolavoro, ma “Sirat” di Laxe fa dell’essere eccessivo e straripante la sua unica caratteristica

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Si grida al capolavoro, ma “Sirat” di Laxe fa dell’essere eccessivo e straripante la sua unica caratteristica
LaPresse
Questo articolo sul film Sirat contiene spoiler già nel primo paragrafo perché vorrei dissuadere il lettore dall’andare a vederlo. Sirat parla di una papà spagnolo che va in giro per il Marocco insieme al figlio piccolo per cercare un’altra figlia che ha perso di vista e che vuole ritrovare (anche se pare che lei sia maggiorenne, sappia badare a sé stessa e se ne sia andata di sua volontà). La ragazza – gli hanno detto – potrebbe essere diretta a un rave in pieno deserto, al confine tra Marocco e Mauritania, così il papà si aggrega a una comitiva di hippy franco-spagnoli che sembrano conoscere la strada. Solo che la strada desertico-montana è scoscesa, sassosa, e a un certo punto diluvia, ed ecco che accade il primo Fatto Brutto del film, che non specifico a beneficio di chi vuole andare a vederlo nonostante il mio tentativo di dissuaderlo. Dopo il Fatto Brutto, la comitiva riprende la sua marcia nel deserto, stavolta in pianura, sempre diretta verso la Mauritania. Si fermano a drogarsi e a ballare, ma qui accade il secondo Fatto Brutto, anzi una serie di Fatti Brutti. Ci sono degli incidenti, qualcuno muore. I superstiti li vediamo nell’ultima scena del film: sono saliti chissà come su un treno che solca il deserto, carico di poveracci diretti non si sa dove. Fine.
Premio della Giuria a Cannes, candidato spagnolo agli Oscar come migliore film straniero, Sirat ha avuto recensioni tra il lusinghiero e l’entusiastico. Traduco e parafraso prelevando dai Top Critics di Rotten Tomatoes (92 per cento di gradimento, tre punti più di Taxi Driver, per dire): “Nulla, del vibrante Sirat è appropriato, prevedibile, tradizionale o pienamente comprensibile. E’, semplicemente. Ed è assolutamente travolgente”. “Sirat non è per tutti. Ma è il tipo di esperienza cinematografica travolgente, e d’innegabile qualità sonora e visiva che potrebbe cambiare la vita a chi è pronto ad accoglierla”. “Un ritratto indimenticabile della ricerca dell’unità ai confini, e alla fine, del mondo”. “Sirat è una danza della morte straziante ed esaltante” (questo è Justin Chang sul New Yorker). Eccetera.
Come si vede anche solo da questi estratti, le recensioni sono, come dire, interiettive ma sfocate, come se l’oggetto fosse a tal punto anomalo da rendere ardua la descrizione, la riduzione a un Concetto. Questo perché i critici anglosassoni non dispongono della categoria di Barocco brianzolo elaborata trent’anni fa dal genio di Tommaso Labranca in Estasi del pecoreccio, categoria che è invece utilissima per inquadrare speculativamente Sirat. “C’erano già prove sicure – scrive Labranca – sull’esistenza del barocco romano, di quello napoletano, di quello veneziano e di quello leccese. Meno noto, ma altrettanto interessante, è il barocco genovese. Pochi sono invece a conoscenza di un altro barocco che si differenzia dagli altri perché non è vincolato né al tempo, né allo spazio. I suoi frutti non sono limitati al periodo compreso tra il XVII e il XVIII secolo, né i suoi fenomeni riguardano una sola città o regione. E’ il misconosciuto Barocco brianzolo”.
Come definire questo barocco metastorico? E perché chiamarlo brianzolo se, come spiega Labranca, esso non può essere collegato ad alcun luogo preciso? Perché a identificare questa categoria dello spirito Labranca è giunto attraverso l’osservazione del paesaggio brianzolo dalle superstrade, dalle tangenziali, con i supermercati del gruppo Lombardoni battezzati GrosMarket, con il logo dell’ipermercato Cantù 2000 in cui al posto della A c’è una piramide. Ma Brianza va preso ovviamente come metonimia: il barocco brianzolo si trova ovunque affiori l’aspirazione a ‘fare grande’, a esagerare, superfetare e, in arte, a perseguire un’idea estetica fino alle sue estreme conseguenze, senza curarsi della plausibilità, della misura, delle buone maniere. La piramide dell’ipermercato Cantù 2000 è barocco brianzolo, ma lo è anche quella del Louvre (“Che cos’è la grandeur se non la traduzione francese dell’espressione Barocco brianzolo?”); Jeff Koons, con i suoi pupazzi argentati, è Barocco brianzolo; la scena di Apocalypse Now in cui l’esercito americano attacca al suono della Cavalcata delle valchirie è Barocco brianzolo; il flacone di Vison sauvage della pellicceria Annabella, che Labranca ha la rara possibilità di annusare nel bagno di marmo e cristalli di una villa di Montù Beccaria, nell’Oltrepò pavese, appoggiato sul bordo di un lavandino rosa a forma di conchiglia, è l’apoteosi del Barocco brianzolo.
Ora, frammenti di Barocco brianzolo si trovano sparsi anche in opere d’arte nelle quali questo estremismo estetico non rappresenta, per così dire, la tendenza dominante, e che nei casi migliori possono meritare il nome di capolavori. Hannibal Lecter che nel Silenzio degli innocenti arriva all’aeroporto indossando la camicia di forza e la maschera di ferro per evitare che morda. La Vita di Vittorio Alfieri. Tutti quei discorsi profondissimi su Dio e gli uomini nei Fratelli Karamazov. L’angoscia dell’influenza di Bloom. La Fenomenologia dello spirito (“Ma Hegel! Qui ho bisogno del linguaggio di Omero. A quali scoppi di risa devono essersi abbandonati gli dei! Un così sgraziato professorino che pretende semplicemente di avere scoperto la necessità di ogni cosa”: Schopenhauer non lo sapeva, ma era incappato in un bel campione – non il primo, non l’ultimo – di Barocco brianzolo filosofico). Varie canzoni degli Afterhours. Varie canzoni di Battiato, ovviamente. Varie scene di Magnolia. Minuti e minuti dei film di Antonioni. Di Visconti. Di Bertolucci. Ma anche, nella Dolce vita, Steiner che ammazza i figli e poi si suicida (ma perchéééé?). Ma francamente, per dire che il Barocco brianzolo non travalica solo il confine tra i generi ma anche quello tra le epoche: anche l’idea di far finta di aver viaggiato nell’aldilà in carne e ossa in compagnia di un poeta latino morto mille anni prima…
Ma è una questione di proporzioni, e anche di tenuta dell’insieme. Se il Barocco brianzolo, anziché essere una decorazione, un orpello, se anziché fiorire su elementi che non sono Barocco brianzolo, se anziché essere un ricco contorno diventa l’intera pietanza, e copre con i suoi arabeschi l’intero libro, l’intero film, l’intero brano musicale, allora vuol dire che l’artefice non ha niente da mostrare che non siano orpelli, gonfiori montati sulla cartapesta, e che insomma se ne approfitta. Il Sorrentino di Parthenope se ne approfitta (già l’acca è disperatamente Barocco brianzolo); lo Scurati di M. Il figlio del secolo se ne approfitta; quella cagata di Heat con Pacino e De Niro, che adesso nella mitificazione generale vogliono farci credere sia un bel film, se ne approfitta. Sirat – tornando a noi – se ne approfitta a livelli olimpionici. In Sirat tutto è gigante. Le casse degli impianti di amplificazione sono alte due piani, la macchina da presa le elenca piano piano nella sequenza iniziale con una voluttà che ricorda certi film di propaganda sovietici, essendo del resto l’Unione Sovietica uno dei poli mondiali del Barocco brianzolo. La pioggia non è pioggia, è un diluvio (nel Sahara!), le salite sono verticali, le pietre sparse sul sentiero sono massi appuntiti che sfondano gli pneumatici; gli hippy non sono solo hippy, sono anche mutilati: uno è senza un braccio, uno senza una gamba. Non hanno dei tatuaggi, ne sono coperti. Il deserto non ha bisogno di ingrandimenti perché è grosso di suo, onde gli elogi “per la splendida fotografia”. Splendida, sì, ma alla fine non sarà l’unica cosa che tiene in piedi il film, a parte la musica? Se l’avessero girato a Campovolo, periferia di Reggio Emilia, questo plot farlocco non farebbe ridere?
E, come gli oggetti, così i sentimenti, le parole, le pose. Le reazioni sono eccessive, isteriche. Le battute hanno sempre l’aria di essere pronunciate come se qualcuno le dovesse scolpire nel marmo. I raver avvertono il padre: avventurarsi nel deserto del Sahara con quel macinino non è una scelta saggia. “Non possiamo fare altrimenti”, risponde lui. Ma sì che potete. Basta tornare indietro, aspettare che la ragazza ricompaia, chiamare l’Interpol, agire razionalmente. Ma qui sta il punto. Perché Sirat non è veramente un film su un padre demente che attraversa il Sahara col Fiorino in compagnia del figlio impubere e di un cagnolino: non è, come dicono i blurb, “un road movie affascinante e ipnotico”; e non è nemmeno un film sulla famiglia, sulle generazioni, sui rave.
Nell’Islam, As-Sirat è – si legge all’inizio del film sullo schermo scuro – “il sentiero, più stretto di una ciocca di capelli e più sottile di una lama, che dall’inferno porta al paradiso”. E insomma siamo avvertiti: Sirat è tutta un’allegoria, uno sciame di allegorie. Di che? Mah. Non si capisce bene, anche aiutandosi con le recensioni: la precisione è così impoetica… Ma certo, c’è il Percorso, c’è il Destino, c’è quest’aura numinosa, l’incombere di un’oscura Minaccia che i protagonisti del film affrontano dimenticando sé stessi fumando canne e dimenandosi con la musica a palla. Chiediamo al regista? Peggio che peggio. Oliver Laxe ha 43 anni, si è da poco convertito all’Islam, as you do, s’interessa attivamente di sufismo, fisicamente ricorda Antonio Banderas da giovane e si direbbe che lo sappia, dato che nelle molte sue foto che si trovano in rete guarda sempre l’obiettivo con l’occhio maliardo di uno che scopa tantissimo. In un’intervista alla “Rivista del Cinematografo” dichiara cose come “Posso definirmi un credente, tecnicamente, anche se non mi piace questo termine. Ricordo quando chiesero a Jung ‘credi in Dio?’ E lui rispose: ‘Non credo in Dio, lo conosco’”, e alla sobria domanda “Oggi c’è spazio per la religione nell’arte?” risponde: “Sono un jihadista. Il tema del jihad è il controllo di sé stessi – è la guerra, la guerra con sé stessi. Stai lottando, come essere umano hai fede, ma a volte hai dei dubbi. E’ normale, laddove hai molto ego”.
Com’è possibile prendere sul serio patacche del genere, pataccari del genere? E’ possibile, è possibile. Per dirla sempre con Labranca, sempre Estasi del pecoreccio, può darsi che la colpa sia “da imputare alla meccanizzazione della monda del riso e al ricorso sempre più massiccio all’indotto senegalese per la raccolta dei pomodori. Ex mondine ed ex raccoglitori, di fronte allo spettro della disoccupazione, non hanno esitato a buttarsi nel campo della critica d’arte”; e nel campo della sceneggiatura, e della critica cinematografica, e insomma delle professioni creativo-intellettuali fomentate nei dipartimenti umanistici delle università: dove ci si beve, letteralmente, tutto. Guardando Sirat mi è venuta in mente un’intervista di qualche giorno fa a George Saunders: “Provi a immaginare – ha detto – un mondo in cui agli scolari di 10-11 anni si fa leggere un racconto di Cechov ogni settimana […]. Così gli insegni ad avere fiducia nelle loro capacità di lettura, nella loro propria percezione del mondo”. Proprio questo, sì, la percezione del mondo, l’idea che il mondo sia un sistema che può essere compreso e descritto con la ragione, e che i misticismi (e gli elativi di contorno: esaltante, perturbante, sconvolgente, travolgente, disturbante…) vadano lasciati ai ciarlatani e alle religioni rivelate. Sì, sì: un racconto di Cechov alla settimana, e abolire il resto.

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