In questo contesto, a muovere le acque ci pensa il Vaticano, di solito considerato il bastione dell’immobilismo bioetico, con la pubblicazione di un breve testo, “Piccolo lessico del fine-vita", 88 pagine, curato dalla pontificia accademia per la Vita retta da monsignor Vincenzo Paglia, che ha rilasciato anche una lunga intervista. L’eventuale aggiornamento del “lessico”, e dunque delle idee, della Chiesa in materia di fine vita è ovviamente occasione ghiotta per la stampa, e del resto Paglia conferma che “nessun accanimento fa bene, neanche quello che consiste in un arroccamento su posizioni impermeabili alle istanze degli altri e allo sviluppo dei tempi”.
Questo detto, nel nuovo documento vaticano non ci sono rivoluzioni e nemmeno si nota “l’apertura della Santa Sede” che qualcuno ha preteso vedere. Si legge ad esempio che “le società scientifiche principali definiscono unanimemente le Nia (Nutrizione e idratazione artificiali) come trattamento medico-sanitario a tutti gli effetti”, e anche la loro adozione o eventuale sospensione “chiede di essere declinata con discernimento nei casi concreti”. Ma c’è anche il tradizionale avvertimento a evitare “una concezione riduttiva della malattia” perdendo di vista “la globalità della persona”. Molte tecnicità, ma non cambiano le posizione note: nei casi di stato vegetativo l’eutanasia va evitata, ma si rimanda a esami caso per caso. Già nel 2017 il Papa disse che è lecito sospendere le cure se non proporzionali. Niente svolte, ma resta l’impressione che la Chiesa sia più attenta a cercare soluzioni condivisibili che non la politica.