Nella tribù di La Roche mi chiamano l’uomo che cammina coi cani. Non so quando sia cominciato, né chi l’abbia detto per primo. In certi posti i ruoli si decidono senza che nessuno li decida.
Sono tre randagi che ho trovato — o che mi hanno trovato — il giorno in cui mi sono sistemato nella casetta accanto al dispensario. Arrivavano dal nulla, come accade con chi poi rimane.
Il grande lo chiamo Orso: morbido, paziente, ulula di gioia con una gravità da vecchio saggio. Qualcosa in lui assomiglia alla fiducia — non quella guadagnata, ma quella data senza ragione apparente. Princi è piccola e bianca, passa le serate sul patio a osservarmi con un’attenzione senza sorpresa. A volte penso che sappia già tutto quello che le serve e che il resto non le interessi. Saverio era spelacchiato, zoppicante, con lo sguardo rassegnato. Settimane di medicine e cibo, e ha smesso di trascinarsi. Zoppica ancora, ma in modo diverso.
Una mattina, dopo qualche chilometro, Saverio si ferma. Non ce la fa più. Lo guardiamo un momento, poi Orso, Princi e io continuiamo. Al ritorno è sul patio ad aspettarci, la coda in movimento.
Maré è una delle isole della Lealtà in Nuova Caledonia. La tribù in cui vivo è isolata. Poche auto, strade sterrate, canne da zucchero ai margini dei sentieri, papaye che maturano abbandonate. Ho preso l’abitudine di correre ogni giorno — sole soffocante o pioggia tropicale — per limitare quella depressione tropicale propria di certi luoghi ai confini del mondo. Non è malinconia. È qualcosa di più fisico: il peso dell’essere straniero che si aggiunge all’umidità. I cani mi seguono ovunque. Non so se lo facciano per me o per loro.
Sono arrivato pochi mesi dopo che l’esercito ha represso le sommosse per l’indipendenza.
Un uomo bianco e biondo che corre per i loro sentieri con tre randagi. I kanak mi guardano come si guarda qualcosa di cui non si è ancora deciso il destino.
Un giorno, lungo la strada per Penelo, un vecchio kanak ci si affianca sopra un’auto scassata — senza portiere né parabrezza, venti all’ora al massimo. I cani abbaiano furiosi. Il vecchio sorride — una bocca senza denti, una gioia antica — e accelera. Saverio gli va dietro per qualche centinaio di metri, abbaiando. Poi si ferma, guarda l’auto sparire, e torna da noi soddisfatto. E’ la prima volta che lo vedo correre senza zoppicare.
Qualche settimana dopo, durante una corsa più sostenuta, si stacca di nuovo. Ci osserva allontanarci, stanco e zoppicante come nei primi giorni. Orso, Princi e io proseguiamo come al solito.
Al ritorno però non c’è. Attendo sull’amaca fino all’imbrunire, scrutando i prati intorno al dispensario. Passa la notte. Niente. Il giorno seguente parto con Orso e Princi a cercarlo invano lungo il percorso. Orso annusa l’aria con una concentrazione che somiglia al lutto. Princi cammina vicina alla mia gamba, più del solito.
Tornato a casa, mi rimetto sull’amaca. Il sole scende dietro le colline, indifferente. Da qualche parte nella tribù qualcuno accende un fuoco per bruciare le foglie delle palme — lo sento dall’odore. Orso si sdraia ai miei piedi. Princi guarda il sentiero.
Verso sera un pick-up blu arrugginito attraversa lento il prato fangoso e viene verso di me. Non viene quasi mai nessuno fin alla mia porta. Mi alzo.
Si ferma a pochi metri. Un kanak imponente — che non avevo mai visto — sporge la testa dal finestrino.
— Sei tu l’uomo che cammina coi cani.
Non è una domanda.
Lo fisso perplesso.
Lui apre la portiera. Saverio scende. Trova subito Princi, cominciano a giocare. Orso ulula.
Guardo il kanak. Non so cosa dire, e così non dico niente.
Lui innesta la retromarcia e, prima di svanire nell’imbrunire, dice:
— La famiglia deve restare unita.